Last Leaf On The Tree

Last Leaf On The Tree

Non sono molte le personalità artistiche a potersi porre il problema di come conferire un tocco speciale al 153esimo album della propria discografia. Il motivo è semplice: figure del calibro di Willie Nelson sono più uniche che rare. Superati i 90 anni, la leggenda del country continua a dimostrarsi un lavoratore instancabile, che a tratti è stato capace di procedere al ritmo di circa due dischi all’anno. Parte del merito è anche della collaborazione con il produttore Buddy Cannon, che ha messo a punto un sistema plug-and-play per consentire a Nelson di registrare fino a 14 brani (principalmente cover ma anche sporadici pezzi originali) in un solo giorno, accompagnato dalle corde di nylon della sua fedele chitarra Martin del 1969, soprannominata Trigger. Per quanto efficiente, questo metodo non lasciava abbastanza spazio alla spontaneità e alla variazione stilistica. Così, quando il manager del musicista texano ha deciso di dare una scossa al processo di lavorazione del disco, gli è bastato chiamare in causa Micah, figlio di Willie e attivo sulla scena musicale con lo pseudonimo di Particle Kid. “In un solo momento, sono stato travolto da un milione di emozioni diverse, e la mia immaginazione si è sbizzarrita pensando alle differenti opportunità, a tutte le direzioni che avremmo potuto prendere”, racconta Micah a Apple Music. “Come avrei fatto a fondere il mio approccio fai-da-te di stampo più impressionistico con la sua filosofia, il suo stile, la sua estetica e la sua storia? Come avremmo potuto unire tutti questi elementi in modo che suonassero naturali e autentici?” L’idea iniziale era quella di realizzare un progetto di cover di Tom Waits. Ma poi, riascoltando gli album Spirit e Teatro, pubblicati da Nelson rispettivamente nel 1996 e nel 1998, ha preso forma l’approccio alla base di Last Leaf On The Tree. “Avevo l’impressione che in molti dei dischi incisi da mio padre non venisse data abbastanza importanza al silenzio, che non ci fosse abbastanza spazio per lui e Trigger”, continua. “Ecco il motivo per cui mi è venuto in mente Spirit, perché da piccolo lo adoravo. L’intero album è composto da quattro elementi fondanti: non c’è il basso e non c’è la batteria, ci sono solo mio padre, mia zia Bobbie al pianoforte, Johnny Gimble al violino e Waylon Payne alla chitarra. Eppure, non manca niente. È un lavoro potentissimo dal punto di vista emotivo, si sente chiaramente tutto ciò che cerca di trasmettere. È un po’ come se potessi percepire l’anima delle persone coinvolte. Con la musica, si corre il rischio che il suono sia così ricco da impedire di sentirne tutte le sfumature”. Con questa consapevolezza, ha voluto ampliare il raggio d’azione, presentando al padre una raccolta di canzoni più eclettica del solito. Alcune, come ‘Last Leaf’ e ‘House Where Nobody Lives’ di Waits o la ballata d’addio ‘Keep Me In Your Heart’ di Warren Zevon, sono firmate da gente contemporanea di Nelson, alle prese con il fantasma della morte. Ma Micah ha incluso anche brani di band più recenti, per esempio ‘Do You Realize??’ dei Flaming Lips, che con le sue atmosfere elegiache si veste di un’urgenza inedita in questo contesto. “Non ho semplicemente pensato ‘Voglio che il disco parli di morte e amore’”, spiega. “Ho sempre amato i Flaming Lips. Mi è venuta in mente quella traccia e, quando l’ho immaginata cantata da mio padre, ha assunto un peso tutto nuovo, dal momento che conosco la sua storia e so quante tra le persone a lui care sono venute a mancare”. Il carattere spoglio degli arrangiamenti fa in modo che l’attenzione si concentri sull’interpretazione inconfondibile e talvolta vacillante di Willie. “Si possono sentire i dettagli della voce di mio padre alla sua età e ogni singolo fraseggio lirico di Trigger”, dice. “Tutti questi fattori sono parte della composizione, parte del quadro”. Nelson affronta ballad struggenti quali ‘Lost Cause’ di Beck e ‘Robbed Blind’ di Keith Richards come se non parlassero di una relazione in particolare, ma di tutte le relazioni. “Li osservo e penso ‘Sono brani country e riportano esperienze che mio padre ha vissuto più di una volta, perciò vi si può identificare e cantarli in modo sincero’. Nel caso di ‘Lost Cause’, sentirla cantare da una persona di 20 anni è un conto, ma se a interpretarla è un 92enne diventa improvvisamente molto più esistenziale”. Per Micah, il fulcro del progetto non è da ricercare tanto nelle cover, quanto piuttosto nel pezzo che i due hanno scritto insieme: ‘Color Of Sound’. “Tutte le reinterpretazioni sono davvero fantastiche, ma volevo che ci fosse almeno una nuova traccia di suo pugno. Eravamo seduti sul bus e gli ho chiesto se avesse scritto qualcosa di nuovo, se avesse nuove canzoni. Mi ha risposto ‘No, le ho già scritte tutte’. Poi ha aggiunto ‘Beh, ho pensato a questa cosa: se il silenzio è d’oro, di che colore è il suono?’ È stato il momento in cui mi sono detto ‘Ok, ora questo è il nostro album. C’è questo brano che abbiamo scritto insieme’”. Se Last Leaf On The Tree dovesse essere l’ultimo album di Willie Nelson, e non esistono motivi per darlo per scontato, sarebbe il coronamento perfetto di un’esistenza e di una carriera americane in un senso singolare. Per Micah Nelson, è tutto questo e molto di più. “Sinceramente, sono solo grato che sia riuscito a vivere abbastanza a lungo da poter registrare questo disco con me, che alla sua età sia ancora così in salute e che abbia ancora tutta questa audacia”, conclude. “È una cosa profondamente significativa per me. Così come la consapevolezza che potrebbero non presentarsi altre occasioni per lavorare insieme, quindi era importante dire qualcosa”.